Monthly Archives: Maggio 2011

La piccola Guantanamo

Chissà se adesso il leader dei sinistri, Marco Travaglio, l’amico dei Santoro e dei Grillo, quello che ha fatto della (presunta) legalità la sua bandiera, brandendola ogni giorno contro Berlusconi quasi fosse una sua ossessione personale, forse credendo che i problemi italiani siano legati solo all’attuale classe politica che governa questo paese, chissà se adesso avrà imparato cosa è un cie. Impegnato com è, giorno e notte, a leggere le carte processuali del premier e a fare spettacoli teatrali incentrati sul rispetto della costituzione e della legalità, forse non si era accorto dell’esistenza di lager per migranti autorizzati, appunto, dalla legge. Adesso il suo giornale pubblica un’intervista ed un video sul neo-nato cie di Santa Maria Capua Vetere, presunto centro d’accoglienza per stranieri nato con l’emergenza degli sbarchi e diventato, dalla sera alla mattina, un cie, tramite un decreto del ministro Maroni. Ora, se qualcuno gli chiedesse cosa ne pensa dei cie, si spera che non risponda più come fece ad alcuni di noi, prima di un suo spettacolo, dicendo ” io dei cie non so nulla, sono di Torino”. Dopo il cie campano, lo invitiamo a documentarsi su quello di Corso Brunelleschi, proprio a Torino. Chissà che magari non scopra che la legalità molto spesso giustifica crimini orrendi.

Questo è il video, da vedere:

Questo è l’articolo da Il Fatto Quotidiano:

Samir: “La mia prigionia  nelle tende blu del Cie”

Chiuso in un campetto circondato da una rete. Osservato giorno e notte dagli agenti. Costretto in una tenda con dieci persone. E alla fine, magari, rispedito in Tunisia. Per finire nella “piccola Guantanamo”, come viene chiamata dai migranti, Samir ha dato tutti i risparmi agli scafisti e ha rischiato di morire su un relitto fino a Lampedusa. “Sarai ospitato in un centro di accoglienza”, gli hanno detto portandolo a Santa Maria Capua Vetere. E invece lo hanno rinchiuso in questo campo di calcio che con un decreto è stato trasformato in Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Una specie di prigione.

Difficile accertare come siano trattati gli “ospiti” del Cie di Santa Maria Capua Vetere. Entrare è impossibile. Devi salire all’ultimo piano di uno dei condomini che si affacciano sulla vecchia caserma che ospita il campo. Da lassù capisci: da una parte il carcere militare, dall’altra la caserma. Nel campo ecco una quarantina di tende blu. Intorno decine di poliziotti e carabinieri con le camionette. Gli immigrati sono costretti a passare le giornate dentro le tende.

Lo chiamano Cie, ma ricorda un po’ le immagini del Sudamerica negli anni Settanta: “Il 26 aprile quei disperati si sono ribellati: hanno cercato di scavalcare il muro di cinta alto sei metri. C’erano ragazzi che cadevano, che si ferivano con i cocci di bottiglia in cima al muro. Urla, sangue. Decine sono scappati, gli altri sono rimasti al campo”, racconta Luisa, una donna che dal suo appartamento si vede davanti la scena. Ma che cosa è successo davvero a Santa Maria Capua Vetere? Gli avvocati Cristian Valle e Antonio Coppola hanno raccolto i racconti di Samir e dei suoi compagni nei verbali della polizia: “Ci hanno portato qui il 18 aprile. Nonostante ci dicessero che avremmo avuto un permesso di soggiorno temporaneo, da quel giorno è come se fossimo in prigione. Addirittura il 21 aprile il governo ha trasformato il campo in un Cie, senza nemmeno che fossimo avvertiti”. Quando i tunisini apprendono che la struttura che doveva accoglierli, curarli e restituirli alla libertà, si è trasformata in una prigione, scoppia la ribellione che il 26 aprile porta alla maxi-evasione. Da quel momento le condizioni di detenzione per chi non è riuscito a fuggire diventano durissime. “Dicono che abbiamo firmato un foglio che li autorizzava a trattenerci, ma non è vero”, raccontano gli immigrati nei verbali.

Già, il primo punto è questo: “Le autorità dicono che i tunisini avrebbero autorizzato la polizia a trattenerli. Ma gli immigrati a noi raccontano di aver firmato per ottenere i vestiti. Alcuni giurano che le firme non sono le loro”, sostiene Mimma D’Amico del centro sociale Ex Canapificio di Caserta. Mimma è una ragazza con gli occhi azzurri che contrastano con questo ambiente duro. Con i suoi amici da anni segue gli immigrati, a cominciare dagli africani che a due passi da qui, a Casal di Principe, vivono – e vengono uccisi – come bestie.

I ragazzi dell’Ex Canapificio, insieme con la Caritas, seguono i tunisini del campo: “Abbiamo presentato un esposto. Non si può trasformare l’assistenza in detenzione”.

Ma in mezzo all’ondata di decine di migliaia di immigrati, i 102 ospiti di Santa Maria Capua Vetere sono stati dimenticati. È Abdul, il nome è di fantasia, a raccontare la loro storia: “Siamo 11 per ogni tenda, senza vestiti. Ci lasciano andare in bagno una volta al giorno… dobbiamo fare i nostri bisogni nelle bottiglie. E non possiamo nemmeno andare in infermeria… siamo trattati come animali. Di notte c’è freddo, ci hanno dato solo una coperta. Siamo costretti a dormire sempre perché non c’è la luce”. Abdul adesso potrebbe essere rispedito in Tunisia: “Sarebbe una tragedia. Ben Alì se n’è andato, ma ci sono i suoi amici. La gente come noi che ha partecipato alle manifestazioni rischia grosso”.

Tutto vero? Questo raccontano Abdul e i suoi amici. Di sicuro i tunisini secondo la legge avrebbero il diritto di essere ascoltati uno per uno. Dovrebbero essere ospitati in condizioni dignitose, anche se negli ultimi giorni (da quando la Croce Rossa gestisce il campo) le tende sono meno affollate e i controlli più elastici.

Il racconto di Abdul trova comunque conferme nelle parole di Marco Perduca, senatore radicale (gruppo Pd) che ha visitato il campo: “Questo centro è fuori della legge. Non può ospitare persone addirittura per sei mesi. Non si può stare così… nei giorni scorsi ha piovuto, ci sono materassi bagnati, gente che dorme praticamente per terra. E poi mancano controlli sanitari: se ci fossero persone con malattie infettive qui non si saprebbe. Per non dire dei feriti… ho visto persone ingessate, altre con tumefazioni che potrebbero essere provocate da scontri fisici”. Non basta: “Le persone che richiedono assistenza non dovrebbero stare nel Cie, invece noi abbiamo visto anche famiglie, perfino un minore… gente che vive ignorando che cosa li aspetta”.

Dalla Prefettura di Caserta la raccontano diversamente: “Gli immigrati vivono in condizioni dignitose. Emergenze? C’è stata una fuga di massa. Qualcuno si è ferito scavalcando il muro”. Gli immigrati dicono che non vi hanno mai autorizzato a trattenerli… “Hanno firmato di loro spontanea volontà”. Gli agenti del campo, però, sussurrano: “Qui è un casino: da una parte ci sono questi poveracci, dall’altra ci arrivano ordini da Roma. E noi siamo in mezzo”.

La signora Luisa dalla finestra della sua casa sorride amara: “Mi sembra impossibile che quei ragazzi abbiano firmato per essere trattati così. Chissà… parlano arabo, non capiscono una parola di italiano, se un carabiniere gli dice di firmare un foglio che cosa volete che facciano?”. Poi Luisa guarda lontano, verso la campagna di Casal di Principe, verso l’orizzonte, dove si vede il bagliore del mare, Napoli: “Questa è una terra difficile. Abbiamo un sacco di guai per conto nostro, ma quei ragazzi fanno pena. Chissà cosa direbbero le loro madri se li vedessero ridotti così”.

Caro Travaglio, TUTTI i cie sono una vergogna.


a volte…

a volte penso di svegliarmi al mattino e scoprire che tutto è cambiato, camminare per strada e vedere uomini innamorati dell’umanità, sentire lingue incomprensibili, che siano tutti impegnati a lavorare la terra o a costruire cose belle, niente cemento, solo alberi, fiori, prati e piccoli orticelli… uccellini che canticchiano e svolazzano senza paura dei cacciatori, e nessun animale affettato in un piatto…è di sogni che si vive, ma cercare di diventare io stess* il cambiamento che voglio vedere nel mondo è l’unico principio che mi dà forza nei momenti di sconforto.

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a volte penso di svegliarmi al mattino sconfortat* dall’esistente, guardando fuori dalla finestra la pioggia che cade inarrestabile, ma che non lava via tutte le nefandezze su cui questo mondo si basa, penso che stando ferm* non solo niente cambierà, ma continuerà inesorabile anche grazie alla mia indifferenza, che diventa complicità…allora dovrò uscire, prima o poi, e con ogni mezzo possibile tentare di sabotare, ostacolare o colpire chi devasta la mia aria, saccheggia la mia terra, mortifica la mia libertà e la mia gioia…a volte anche un piccolo gesto può servire, o è proprio necessario…basterebbe che tutti lo facessero, ognuno a modo suo…sarebbe l’utopia della gioia contro un’esistenza di privazioni imposte, il colore contro il grigio. In fondo è di libertà che abbiamo bisogno.


Appuntamento a Lecce

 

se opporsi alla guerra e contrastare l’indifferenza significa essere delinquenti…


Mediterraneo, cimitero di guerra

condividiamo e perciò pubblichiamo

di Annamaria Rivera – il manifesto

Ancora cadaveri di uomini, donne e bambini che vanno a ingigantire l’immenso sepolcro che è divenuto il Mare Nostrum, un tempo mare che affratellava genti, costumi, culture, oggi confine blindato che separa e stermina, uccidendo quel che resta della nostra umanità.

Le ultime duecentocinquanta vittime del Canale di Sicilia, eritrei e somali – che alcuni media tuttora, pur di fronte a una tale tragedia, osano chiamare «clandestini» o «extracomunitari» – non sono morte solo di proibizionismo, ma anche della nostra colpevole ingerenza «umanitaria» in Libia. Che ha preferito i bombardamenti ai corridoi davvero umanitari, che ha ignorato cinicamente il dovere di salvare anzitutto gli esseri umani e fra i primi i rifugiati, perseguitati e intrappolati dalla guerra civile. Continue reading


Tripoli street. Tecniche dell’insurrezione

Ogni volta che si parla di Libia non nascondo un certo disagio a sentire o dire. Qualsiasi cosa. Perchè seduti comodamente davanti ad un computer si può dire di tutto, si può pensare di tutto, tranne forse proprio la realtà. Sono fermamente convinto che un cambiamento,  vero, si ottenga solo attraverso pratiche di conflitto, autentiche e senza compromesso alcuno. Quindi anche il sangue è uno dei protagonisti. Ho letto questo brano con il fiato sospeso, e credo sia molto valido prima di tutto poichè è stato scritto sul campo, a Misurata, e anche perchè riesce a rappresentare tutto quello che è necessario fare, quasi fosse proprio il manuale del ribelle. E’ inutile stare a dire quanto siano legate vicende come questa, con le storie di chi poi fugge e trova una fortezza che ripropone, a livelli diversi, ma non disuguali, lo stesso sfruttamento e la stessa sottomissione. Prendetela come una lettura accademica, dedicata a chi parla di rivoluzione senza fare i conti con i propri scheletri.. Continue reading


Tunisini di Lampedusa a Parigi

Leggiamo e diffondiamo volentieri:

da http://cettesemaine.free.fr/  e   http://informa-azione.info/

Nel gioco dell’oca a cui sono costretti gli immigrati tunisini, la frontiera francese non è certo l’arrivo. Dopo essere sopravvissuti alla traversata in mare, essere passati fra la rete poliziesca italiana od essere riusciti ad evadere da CIE e campi vari, aver passato la frontiera eludendo i blocchi della polizia francese… si ricomincia!
Nelle ultime due settimane ci sono state imponenti e continue retate “au faciès” (vengono presi di mira solo quelli che hanno la “faccia da arabo”) nelle principali città francesi, in particolare a Parigi. Ovviamente non ci sono cifre esatte, ma c’è chi parla di un migliaio sulla sola Parigi. Sembrerebbe, ma anche questa non è cosa sicura, che gli arrestati vengano trattenuti qualche giorno (altre fonti dicono due settimane), schedati (dati, foto, impronte digitali) e rilasciati con un foglio di via dal territorio francese. Testimoni hanno visto gli sbirri strappare davanti ai tunisini i pezzi di carta dati loro dalle autorità italiane (i cosiddetti permessi di soggiorno temporanei) … Continue reading


La malattia della polizia

Nella giornata del 1° maggio sembra che un tunisino rinchiuso nel cie di Restinco sia stato ricoverato all’ospedale Perrino perchè gli è stata riscontrata una malattia infettiva del tipo morbillo.

Chissà, naturalmente, se dal momento dell’incubazione a quando il tunisino è stato portato in ospedale la malattia non si sia diffusa sia tra i detenuti, ma anche tra chi lì dentro presta servizio.

La notizia, infatti, diffusa dal sindacato di polizia, non era certo incentrata sulle condizioni del tunisino o degli altri reclusi di Restinco, ma semplicemente una mesta polemica tra funzionari dell’ordine che fanno la gara a chi prima scarica le proprie responsabilità… sembra che i gravi pericoli per la salute valgano solo per il personale di polizia, che non ha ricevuto ancora guanti, mascherine e quant’altro occorra da chi di competenza. E con quanto zelo si fanno i nomi dei presunti colpevoli.

Mentre alcuni reclamano mascherine e guanti, altri attendono libertà.