Mediterraneo, cimitero di guerra

condividiamo e perciò pubblichiamo

di Annamaria Rivera – il manifesto

Ancora cadaveri di uomini, donne e bambini che vanno a ingigantire l’immenso sepolcro che è divenuto il Mare Nostrum, un tempo mare che affratellava genti, costumi, culture, oggi confine blindato che separa e stermina, uccidendo quel che resta della nostra umanità.

Le ultime duecentocinquanta vittime del Canale di Sicilia, eritrei e somali – che alcuni media tuttora, pur di fronte a una tale tragedia, osano chiamare «clandestini» o «extracomunitari» – non sono morte solo di proibizionismo, ma anche della nostra colpevole ingerenza «umanitaria» in Libia. Che ha preferito i bombardamenti ai corridoi davvero umanitari, che ha ignorato cinicamente il dovere di salvare anzitutto gli esseri umani e fra i primi i rifugiati, perseguitati e intrappolati dalla guerra civile.

Lo sappiamo già ora: neppure queste vittime per eccellenza, annegate (per ritardi o imperizia altrui?) nel corso delle operazioni di soccorso della guardia costiera italiana, varranno a sollecitare l’empatia che fa scattare la molla della solidarietà collettiva e che induce a riflettere sulla follia delle guerre «umanitarie» che uccidono umani. È da molto tempo che il nostro infelice Paese non prova più il sentimento che giusto vent’anni fa spinse gli abitanti di Brindisi, città di neppure 90mila abitanti, a rifocillare, soccorrere, ospitare nelle proprie case 27mila profughi albanesi.

Sotto i ponti son passate acque assai torbide: la propaganda razzista e sicuritaria, il veleno leghista somministrato giorno dopo giorno in dosi sempre più elevate, una politica mediocre che compete in cattiveria verso gli «estranei» a fini elettorali, un’Europa unita che sa unirsi quasi solo quando si tratta di denaro e di difesa dei propri confini dall’irruzione dei barbari. Sicché neppure quest’ultima tragedia, neanche le immagini dei volti sofferenti e terrorizzati degli scampati e i racconti di chi fra loro ha perso in mare l’intera famiglia, neppure l’idea atroce dei bambini ingoiati dalle acque che avrebbero dovuto sospingerli verso la salvezza varranno a riflettere sulla follia collettiva di cui siamo preda.

Plaudiamo, più o meno tardivamente, con più o meno entusiasmo, al vento di primavera che travolge i regimi dispotici dell’altra sponda e accettiamo il dispotismo grossolano degli idraulici di governo: quelli che parlano di esseri umani in cerca di fortuna o di salvezza nei termini di rubinetti da fermare e vasche da svuotare. Partecipiamo all’esercito dei «volenterosi» che vanno a pacificare la Libia con i bombardamenti e non ci preoccupiamo dei nostri infelici ex-colonizzati, prima discriminati o schiavizzati, poi impastoiati fra la guerra civile e l’intervento «umanitario »: ultimi del mondo, senza pace e senza patria, che non hanno dove andare e dove tornare anche grazie agli effetti nella lunga durata delle nostre politiche coloniali e neocoloniali.

Anche per i superstiti eritrei e somali e per gli altri di loro che riusciranno ad arrivare da noi, gli idraulici di governo faranno le vittime dell’Europa cinica e bara che non riesce a difenderli dallo «tsunami umano»? subordinare il dovere di accogliere degnamente i rifugiati a qualche accordicchio, strappato in tal caso al prossimo (forse) governo di transizione libico? Infine una considerazione basilare. Le rivolte che hanno rovesciato o sconvolto i regimi dittatoriali dell’altra sponda sono animate in molti casi dal desiderio di libertà e dalla pretesa di dignità: libertà e dignità significano per i giovani rivoltosi anche libertà di movimento e diritto di cercare altrove un destino più dignitoso, senza mettere a rischio la propria vita. Perciò i governi di transizione non potrebbero pretendere di rappresentare la rottura radicale con i vecchi regimi senza spezzarne i cardini portanti: fra questi, gli accordi bilaterali che fecero di essi i gendarmi feroci e prezzolati della Fortezza Europa.

Insomma, una delle condizioni perché quelle in corso siano davvero rivoluzioni, capaci di conquistare a sé strati popolari, risiede nella volontà e possibilità di resistere ai ricatti europei e più in generale atlantici. Non è facile né scontato.

Ma sarebbe meno arduo se chi, rifiutando di ricoprire il vecchio ruolo da cane da guardia dei confini altrui, avesse come alleati su questa sponda chi decide davvero che non ne può più di neocolonialismo, di guerre «umanitarie» e di frontiere blindate e per questo e altro è disposto a rivoltarsi contro idraulici e «volenterosi» di tutte le specie.

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